lunedì 22 dicembre 2008
Carenze di cure materne e separazione
La prima infanzia è la fase dell’età evolutiva, in cui i bambini compiono le conquiste di base (psico-motorie, percettivo-intellettive, etico-sociali e pratico-artistiche), attraverso le quali strutturano la loro personalità. Ognuno, in tale età, incomincia ad impossessarsi del mondo circostante e, non avendo ancora un rapporto diretto con la realtà, nella quale vive, lo considera come vorrebbe che sia. I bambini, in tal modo, vivendo incertezze superiori a quelle che vivrebbero nelle fasi successive, sentono e richiedono un maggiore bisogno di cura e di protezione da parte dei genitori (soprattutto della madre) e degli adulti. Nei primi mesi ogni bambino dipende interamente dalla madre; egli, giacché il suo mondo affettivo è limitato soltanto ai bisogni innati, che devono essere soddisfatti in modo immediato, considera la madre come fonte di ogni gratificazione. Questa risponde, infatti, alla sua richiesta di cibo, di attenzioni e di protezione, favorendone la fiducia di base. Nell’infanzia, il bambino ha, poi, bisogni dominati dal principio del piacere immediato e, pertanto, il mondo esterno è percepito in funzione del suo io. Se l’ambiente dimostra di accettarlo, si sentirà sicuro ed acquisterà fiducia in se stesso; se, al contrario, sarà rifiutato, si sentirà inutile e sfiduciato. Il bambino, dopo alcuni mesi di vita, subisce un altro trauma: lo svezzamento. Questo è vissuto come uno stato di abbandono, di sofferenza e di frustrazione. La madre diventa, in tale circostanza, anche un ostacolo, perché, oltre ad operare, con lo svezzamento, un distacco fisico, ne contrasta i bisogni. Nei suoi confronti il bambino si trova, pertanto, in una situazione di ambivalenza: l’ama, ma non può perdonarle di averlo abbandonato. Egli, rendendosi conto, da un lato, che le difficoltà sono aumentate, e, dall’altro, che le sue abitudini hanno subìto delle modif??icazioni, cerca di acquisire autonomia nei confronti della madre. Ciò non sta a significare, tuttavia, che la figura materna sia diventata meno importante e significativa dal punto di vista affettivo. In questa ricerca dell’autonomia il bambino è spesso, costretto, infatti, a rifiutare il punto di riferimento della figura materna. Un’importanza fondamentale, a tal proposito, è assunta dai cosiddetti “oggetti transizionali”, che, simbolicamente, rappresentano, secondo Winnicott, la madre, nel passaggio dalla dipendenza (totale fusione con la madre) all’autonomia (stato di relazione con la madre, come figura esterna e separata), e corrispondono alle caratteristiche di morbido, di caldo e di piacevole al tatto. A lungo termine le carenze di cure materne, nell’infanzia, hanno, secondo il ricercatore M. Rutter, effetti negativi sullo sviluppo. Questi sono presenti anche dopo un lungo arco di tempo. Il bambino ha bisogno, infatti, di relazioni affettive durature e di interazioni comunicative continue.
Il gioco
Nel gioco il bambino si adopera con tutte le sue forze per diventare adulto. Osservare un bambino, assorto in giochi di costruzione e capace addirittura di piangere quando non riesce a superare le difficoltà, è uno spettacolo affascinante. L’attività ludica costituisce il motivo e l’esperienza di fondo di tutta la vita infantile. Essa procede, secondo Piaget, per tappe, che corrispondono ai primi tre livelli dello sviluppo cognitivo:
Tappa dei giochi d’esercizio, che, nel complesso, corrisponde allo sviluppo cognitivo dell’intelligenza sensorio-motrice. Tappa dei giochi simbolici, che corrisponde alla fase dell’intelligenza preoperativa (formazione del concetto e attitudine a trasformare la realtà in simboli).Tappa dei giochi delle regole. Questa è la fase che corrisponde all’acquisizione cognitiva delle operazioni concrete e formali. L’essere umano ha assimilato il pensiero reversibile e, pertanto, sa cogliere più aspetti della realtà e, nello stesso tempo, comprende che un problema può avere soluzioni diverse. Il gioco, nella storia, ha, però, assunto una funzione importante soltanto con Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e con Wilhelm Friedrich Fröbel (1782-1852); esso precedentemente era considerato come un passatempo, anzi, come un’attività fastidiosa per gli adulti ed inutile per i bambini. Nella società attuale, tuttavia, non sono, nonostante si sia compreso che l’attività ludica serva al bambino per lo sviluppo delle sue capacità (sensoriali, motorie, affettive, sociali, intellettive e morali), ancora previsti, nella costruzione delle abitazioni, in maniera concreta, spazi adeguati per i giochi. Il bambino è, così, limitato nella sua?? spontaneità ed è costretto ad accumulare eccessiva aggressività, che, non riuscendo a controllare, scaricherà facilmente contro qualcuno o qualcosa. Alcuni studiosi, specialmente psicologi e pedagogisti, essendo il gioco, in ogni modo, un atto educativo, da tempo stanno ribadendo, con forti critiche al potere politico, che un’edilizia adeguata sia di fondamentale importanza, per permettere, soprattutto ai bambini, di svilupparsi armonicamente attraverso il gioco. Urgono per poter giocare ampi spazi e materiale adatto. Entrando, poi, in un negozio di giocattoli si è costretti ad ammirare una quantità di prodotti, che rappresentano quasi tutti una miniaturizzazione degli oggetti del mondo adulto. Questa tendenza è senza dubbio indice di grande sviluppo tecnologico, ma, nello stesso tempo, di scarsa sensibilità educativa. Il giocattolo non deve togliere al bambino, se vuole favorirne sia la maturazione sia lo sviluppo psicologico, il ruolo di protagonista né costringerlo alla condizione di passivo spettatore. Alcuni giocattoli (bambole, orsacchiotti, oggetti morbidi e caldi), secondo la maggior parte degli studiosi, sono insostituibili: essi rappresentano, per i bambini e le bambine, simbolicamente la figura del genitore e, nei momenti di frustrazione, gli amici con cui dialogare. Il gioco, quindi, è per l’infanzia non solo rappresentazione della continuità tra il passato ed il presente, ma anche fattore di liberazione; il bambino, infatti, entra in contatto, attraverso l’attività ludica, con il mondo circostante e compie esperienze concrete. In conclusione esso è una sorgente di motivazione e, perciò, sarebbe inimmaginabile, come ha sostenuto lo psicologo e pedagogista svizzero Edouard Claparède (1873-1940) “un’infanzia senza giochi”. Un bambino che non sa giocare è in “fieri” un adulto incapace non solo di pensare e di ragionare, ma anche di agire responsabilmente.
Tappa dei giochi d’esercizio, che, nel complesso, corrisponde allo sviluppo cognitivo dell’intelligenza sensorio-motrice. Tappa dei giochi simbolici, che corrisponde alla fase dell’intelligenza preoperativa (formazione del concetto e attitudine a trasformare la realtà in simboli).Tappa dei giochi delle regole. Questa è la fase che corrisponde all’acquisizione cognitiva delle operazioni concrete e formali. L’essere umano ha assimilato il pensiero reversibile e, pertanto, sa cogliere più aspetti della realtà e, nello stesso tempo, comprende che un problema può avere soluzioni diverse. Il gioco, nella storia, ha, però, assunto una funzione importante soltanto con Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e con Wilhelm Friedrich Fröbel (1782-1852); esso precedentemente era considerato come un passatempo, anzi, come un’attività fastidiosa per gli adulti ed inutile per i bambini. Nella società attuale, tuttavia, non sono, nonostante si sia compreso che l’attività ludica serva al bambino per lo sviluppo delle sue capacità (sensoriali, motorie, affettive, sociali, intellettive e morali), ancora previsti, nella costruzione delle abitazioni, in maniera concreta, spazi adeguati per i giochi. Il bambino è, così, limitato nella sua?? spontaneità ed è costretto ad accumulare eccessiva aggressività, che, non riuscendo a controllare, scaricherà facilmente contro qualcuno o qualcosa. Alcuni studiosi, specialmente psicologi e pedagogisti, essendo il gioco, in ogni modo, un atto educativo, da tempo stanno ribadendo, con forti critiche al potere politico, che un’edilizia adeguata sia di fondamentale importanza, per permettere, soprattutto ai bambini, di svilupparsi armonicamente attraverso il gioco. Urgono per poter giocare ampi spazi e materiale adatto. Entrando, poi, in un negozio di giocattoli si è costretti ad ammirare una quantità di prodotti, che rappresentano quasi tutti una miniaturizzazione degli oggetti del mondo adulto. Questa tendenza è senza dubbio indice di grande sviluppo tecnologico, ma, nello stesso tempo, di scarsa sensibilità educativa. Il giocattolo non deve togliere al bambino, se vuole favorirne sia la maturazione sia lo sviluppo psicologico, il ruolo di protagonista né costringerlo alla condizione di passivo spettatore. Alcuni giocattoli (bambole, orsacchiotti, oggetti morbidi e caldi), secondo la maggior parte degli studiosi, sono insostituibili: essi rappresentano, per i bambini e le bambine, simbolicamente la figura del genitore e, nei momenti di frustrazione, gli amici con cui dialogare. Il gioco, quindi, è per l’infanzia non solo rappresentazione della continuità tra il passato ed il presente, ma anche fattore di liberazione; il bambino, infatti, entra in contatto, attraverso l’attività ludica, con il mondo circostante e compie esperienze concrete. In conclusione esso è una sorgente di motivazione e, perciò, sarebbe inimmaginabile, come ha sostenuto lo psicologo e pedagogista svizzero Edouard Claparède (1873-1940) “un’infanzia senza giochi”. Un bambino che non sa giocare è in “fieri” un adulto incapace non solo di pensare e di ragionare, ma anche di agire responsabilmente.

Il bambino, dopo aver acquisito la consapevolezza non solo del proprio io, ma anche di quello degli altri, incomincia a percepire che tra il sé e gli altri esistono alcune regole di interazione da rispettare. Egli intuisce le relazioni sociali che sussistono tra gli uomini ed incomincia a comprendere, così, l’elementare funzionamento del gruppo e dell’intera società. L’uomo, nell’arco della sua vita, non sempre riesce a comprendere totalmente la complessità della realtà sociale ed il suo corretto funzionamento. In generale, l’uomo maturo pensa di saperne abbastanza e di conoscere perfettamente le regole di interazione per convivere con gli altri, ma il bambino, per arrivare a tale stadio di socializzazione e di maturazione, deve sia fare molte esperienze sia acquisire adeguati apprendimenti.
Un bambino, nella fase dell’acquisizione delle regole, prova soddisfazione ed interesse nell’eseguire correttamente i compiti che gli sono assegnati. Successivamente incomincia, in modo progressivo, a porre una distinzione tra le regole e le norme sociali; a questo punto egli è ormai pronto a fare ingresso nella regolamentata vita sociale, dove le relazioni diventano complesse ed i rapporti sociali devono funzionare perfettamente. Il bambino, comprendendo che le regole sociali hanno un valore pratico, è ormai un soggetto adulto e responsabile.
Un bambino, nella fase dell’acquisizione delle regole, prova soddisfazione ed interesse nell’eseguire correttamente i compiti che gli sono assegnati. Successivamente incomincia, in modo progressivo, a porre una distinzione tra le regole e le norme sociali; a questo punto egli è ormai pronto a fare ingresso nella regolamentata vita sociale, dove le relazioni diventano complesse ed i rapporti sociali devono funzionare perfettamente. Il bambino, comprendendo che le regole sociali hanno un valore pratico, è ormai un soggetto adulto e responsabile.
Egocentrismo infantile

L’egocentrismo è una fase particolare dell’infanzia. Esso non deve essere confuso con l’egoismo né con la dominanza di un bambino su un altro. Secondo lo psicologo Jean Piaget (1896-1980) l’egocentrismo è la mancanza di differenziazione, nel bambino, tra il proprio punto di vista soggettivo e quello di un altro. Lo psicologo svizzero ha posto anche le differenze tra il linguaggio egocentrico e la comunicazione vera e propria. Il primo è ripetitivo, imitativo (ecolalia) e si basa sul monologo; la seconda è sociale e si basa sull’informazione adattata, sulla critica, sugli ordini, sulle minacce e così via.
Per Lev Vigotskij, non esistono, al contrario, differenze sostanziali tra il linguaggio egocentrico e la comunicazione, giacché il bambino usa sempre il linguaggio di comunicazione. Egli, anche quando si trova solo con se stesso, utilizzerebbe un linguaggio di comunicazione.
Una teoria, però, non esclude, secondo me, l’altra, giacché il linguaggio nell’infanzia svolge diverse funzioni; chi, poi, comunica, in tale tappa evolutiva, esprime i propri stati d’animo e non si preoccupa del significato. Il bambino, anzi, cerca di chiarire attraverso i monologhi non solo quello che intende fare, ma anche quello che effettivamente fa.
Piaget ha, tra l’altro, sostenuto che i bambini sono egocentrici tanto sul piano cognitivo (egocentrismo cognitivo) quanto sul piano dell’interazione sociale (egocentrismo sociale). Questa tesi è oggi alquanto criticata, perché, secondo alcuni studiosi, fino a sette anni non si possederebbe ancora un’interazio??ne sociale complessa. Solo dopo tale periodo, infatti, gli esseri umani diventerebbero consapevoli della complessità dell’interazione sociale ed incomincerebbero a riflettere sui processi interattivi, parlandone e discutendone tra loro. Anzi, proprio grazie a tale esperienza sociale, riuscirebbero a superare definitivamente l’egocentrismo e a rendersi conto che, nell’interazione sociale, possa esserci anche un altro punto di vista da rispettare.
Per Lev Vigotskij, non esistono, al contrario, differenze sostanziali tra il linguaggio egocentrico e la comunicazione, giacché il bambino usa sempre il linguaggio di comunicazione. Egli, anche quando si trova solo con se stesso, utilizzerebbe un linguaggio di comunicazione.
Una teoria, però, non esclude, secondo me, l’altra, giacché il linguaggio nell’infanzia svolge diverse funzioni; chi, poi, comunica, in tale tappa evolutiva, esprime i propri stati d’animo e non si preoccupa del significato. Il bambino, anzi, cerca di chiarire attraverso i monologhi non solo quello che intende fare, ma anche quello che effettivamente fa.
Piaget ha, tra l’altro, sostenuto che i bambini sono egocentrici tanto sul piano cognitivo (egocentrismo cognitivo) quanto sul piano dell’interazione sociale (egocentrismo sociale). Questa tesi è oggi alquanto criticata, perché, secondo alcuni studiosi, fino a sette anni non si possederebbe ancora un’interazio??ne sociale complessa. Solo dopo tale periodo, infatti, gli esseri umani diventerebbero consapevoli della complessità dell’interazione sociale ed incomincerebbero a riflettere sui processi interattivi, parlandone e discutendone tra loro. Anzi, proprio grazie a tale esperienza sociale, riuscirebbero a superare definitivamente l’egocentrismo e a rendersi conto che, nell’interazione sociale, possa esserci anche un altro punto di vista da rispettare.
Il modello di attaccamento secondo John Bowlby

Uno dei momenti più importanti del processo di crescita e di socializzazione, per il bambino, è l’attaccamento che si manifesta verso quelle persone che, inizialmente,?? gratificano i suoi bisogni, soprattutto fisiologici. I legami infantili sono appunto determinanti nel formare un adulto maturo e psicologicamente equilibrato.
La pulsione dell’attaccamento, tenendo i bambini legati ai genitori, è, sostanzialmente, funzionale alla sopravvivenza. L’attaccamento è, perciò, il concetto chiave, al fine di capire l’interazione tra i bambini ed i genitori. Esso inizialmente è rappresentato dal forte legame che si stabilisce tra un figlio ed una madre e, successivamente, tra un bambino e le altre persone che sono presenti nel suo ambiente. Il concetto di attaccamento è stato introdotto e studiato scientificamente da uno psicoanalista inglese John Bowlby (1907-1990). Questo studioso ha lavorato presso la Clinica Tavistock di Londra, dove ha effettuato i suoi studi; egli attribuisce al bambino, per dimostrare il suo attaccamento alla madre, alcuni comportamenti: aggrapparsi continuamente al corpo della madre, succhiare, piangere, sorridere e così via. L’attaccamento, secondo gli studiosi, non è, in ogni modo, una pulsione innata; esso, anzi, si forma gradualmente nell’arco dei primi sette mesi di vita. Nei primi quattro mesi, in generale, il bambino si lega normalmente a chi si occupa di lui ed ha premura per soddisfare i suoi bisogni. Dal quarto al sesto mese gli attaccamenti incominciano, invece, a diventare più mirati e selettivi. Nel settimo mese, infine, essi si sono formati completamente e possono essere diretti, con consapevolezza, verso le persone che si occupano di lui. Il bambino, in questo periodo, manifesta il suo attaccamento particolarmente verso la madre in due modi diversi. Il primo è la paura dell’ottavo mese. Questa è una fase di fondamentale importanza per il bambino: infatti, se l’ambiente dimostra di accettarlo si sentirà sicuro ed avrà fiducia in se stesso; se, invece, si sentirà non accettato o addirittura rifiutato, allora si considere??rà inutile e sfiduciato. La socializzazione e la formazione di un essere umano sono processi di maturazione lenti e graduali, che ricevono, in modo determinante, le loro basi nell’ambiente familiare.
La pulsione dell’attaccamento, tenendo i bambini legati ai genitori, è, sostanzialmente, funzionale alla sopravvivenza. L’attaccamento è, perciò, il concetto chiave, al fine di capire l’interazione tra i bambini ed i genitori. Esso inizialmente è rappresentato dal forte legame che si stabilisce tra un figlio ed una madre e, successivamente, tra un bambino e le altre persone che sono presenti nel suo ambiente. Il concetto di attaccamento è stato introdotto e studiato scientificamente da uno psicoanalista inglese John Bowlby (1907-1990). Questo studioso ha lavorato presso la Clinica Tavistock di Londra, dove ha effettuato i suoi studi; egli attribuisce al bambino, per dimostrare il suo attaccamento alla madre, alcuni comportamenti: aggrapparsi continuamente al corpo della madre, succhiare, piangere, sorridere e così via. L’attaccamento, secondo gli studiosi, non è, in ogni modo, una pulsione innata; esso, anzi, si forma gradualmente nell’arco dei primi sette mesi di vita. Nei primi quattro mesi, in generale, il bambino si lega normalmente a chi si occupa di lui ed ha premura per soddisfare i suoi bisogni. Dal quarto al sesto mese gli attaccamenti incominciano, invece, a diventare più mirati e selettivi. Nel settimo mese, infine, essi si sono formati completamente e possono essere diretti, con consapevolezza, verso le persone che si occupano di lui. Il bambino, in questo periodo, manifesta il suo attaccamento particolarmente verso la madre in due modi diversi. Il primo è la paura dell’ottavo mese. Questa è una fase di fondamentale importanza per il bambino: infatti, se l’ambiente dimostra di accettarlo si sentirà sicuro ed avrà fiducia in se stesso; se, invece, si sentirà non accettato o addirittura rifiutato, allora si considere??rà inutile e sfiduciato. La socializzazione e la formazione di un essere umano sono processi di maturazione lenti e graduali, che ricevono, in modo determinante, le loro basi nell’ambiente familiare.
Lo stadio fusivo dell’indistinzione sé/non sé

Il bambino, nel primo periodo della sua vita, non riesce ancora a distinguere facilmente il sé dal non sé. Egli dipende interamente dalla madre; questa figura è, pertanto, per lui totalizzante (rappresenta tutta la realtà). Il mondo affettivo del bambino, essendo limitato ai soli bisogni innati, che devono, in ogni modo, essere soddisfatti, si organizza intorno alla fonte di ogni gratificazion??e (la madre). E’ costei che, volendone favorire la cosiddetta fiducia di base, risponde alla richiesta di cibo, di attenzione e di protezione: il bambino, per tale motivo, non riesce ancora a percepirsi separato dalla madre né a distinguersi dal mondo circostante.
Egli scopre di essere un soggetto autonomo e a sé stante, in maniera graduale e attraverso varie e diverse esperienze; riesce a muovere le mani e i piedi, ma non a comprendere per quale motivo non è possibile far muovere un oggetto, come ad esempio un tavolo o una sedia.
Il bambino, nel primo anno di vita, secondo Michael Lewis e Janne Brooks dell’Università dell’Oregon, a Eugene, per scoprire se stesso, possiede un altro strumento, ovverosia lo specchio. I due studiosi americani hanno compiuto l’esperimento su novantasei bambini, usando uno stratagemma: ai bambini di circa sei mesi, dopo aver, a loro insaputa, praticato una macchia di rossetto sulla punta del naso, li ponevano davanti ad uno specchio. Essi se cercavano di togliere la macchia all’immagine rispecchiata, non avevano, in modo evidente, ancora raggiunto la capacità di distinguere il sé dal non sé. Se, al contrario, si toccavano il naso, avevano sicuramente raggiunto lo stadio cognitivo della comprensione che l’immagine nello specchio era la propria.Intorno ai dodici mesi il bambino sa riconoscere ormai anche una propria fotografia e distinguere la sua figura in una foto di gruppo. Ha acquisito, quindi, la capacità di autoriconoscimento e lo stadio fusivo dell’indistinzione sé/non sé viene, così, definitivamente superato.
Egli scopre di essere un soggetto autonomo e a sé stante, in maniera graduale e attraverso varie e diverse esperienze; riesce a muovere le mani e i piedi, ma non a comprendere per quale motivo non è possibile far muovere un oggetto, come ad esempio un tavolo o una sedia.
Il bambino, nel primo anno di vita, secondo Michael Lewis e Janne Brooks dell’Università dell’Oregon, a Eugene, per scoprire se stesso, possiede un altro strumento, ovverosia lo specchio. I due studiosi americani hanno compiuto l’esperimento su novantasei bambini, usando uno stratagemma: ai bambini di circa sei mesi, dopo aver, a loro insaputa, praticato una macchia di rossetto sulla punta del naso, li ponevano davanti ad uno specchio. Essi se cercavano di togliere la macchia all’immagine rispecchiata, non avevano, in modo evidente, ancora raggiunto la capacità di distinguere il sé dal non sé. Se, al contrario, si toccavano il naso, avevano sicuramente raggiunto lo stadio cognitivo della comprensione che l’immagine nello specchio era la propria.Intorno ai dodici mesi il bambino sa riconoscere ormai anche una propria fotografia e distinguere la sua figura in una foto di gruppo. Ha acquisito, quindi, la capacità di autoriconoscimento e lo stadio fusivo dell’indistinzione sé/non sé viene, così, definitivamente superato.
Il bambino: riflessi ed abilità

Il bambino, rispetto a tutti gli altri piccoli dei mammiferi, è, per lunghissimo tempo, un indifeso. Egli rimane dipendente per anni e proprio per questo, quando diventa adulto, ha dietro di sé già una lunga e differenziata storia. La formazione della personalità di un uomo adulto, con i suoi conflitti, con i suoi pensieri ed emozioni, dipende dalle influenze che egli ha ricevuto nei primi anni di vita. Se si conoscessero, perciò, meglio tutte le esperienze ed i condizionamenti dell’infanzia, forse potrebbero essere debellati adeguatamente i mali e le disfunzioni della società. L’adulto dovrebbe, per tale motivo, responsabilmente aiutare il bambino a crescere nell’autonomia e nella libertà. Prima della nascita l’essere umano è in perfetta simbiosi, attraverso il cordone ombelicale, con la madre e soddisfa i suoi bisogni, senza dover subire alcuna frustrazione. Egli subisce un primo trauma, nascendo, quando è costretto ad avvertire con angoscia il distacco dalla madre e le ostilità di un mondo estraneo, in cui per sopravvivere deve, prima di tutt??o, imparare a respirare. Il bambino dimostra, così, il disappunto alle difficoltà con il pianto e con altri atteggiamenti di rifiuto. Egli già possiede, tuttavia, un bagaglio di riflessi e di abilità.
Nel neonato sono presenti:
Il riflesso della “ricerca del seno”(ruota la testa, quando viene toccata la sua guancia, per ricercare istintivamente il seno materno).
Il riflesso di afferramento (tende ad afferrare quando c’è pressione sui tendini flessori).
Il riflesso di Moro (protende, quando la testa sta per cadere all’indietro, le braccia in avanti).
Il riflesso del “camminare” (si attiva, quando il neonato viene sostenuto, in posizione verticale, sotto le ascelle).
I neonati possiedono anche abilità percettive (ad esempio, seguire oggetti in movimento) e motorie iniziali (ad esempio, tenere il mento sollevato, usare le mani per colpire oggetti e così via). Le abilità motorie, in verità, sono, nel neonato, meno sviluppate di quelle percettive.
Nel neonato sono presenti:
Il riflesso della “ricerca del seno”(ruota la testa, quando viene toccata la sua guancia, per ricercare istintivamente il seno materno).
Il riflesso di afferramento (tende ad afferrare quando c’è pressione sui tendini flessori).
Il riflesso di Moro (protende, quando la testa sta per cadere all’indietro, le braccia in avanti).
Il riflesso del “camminare” (si attiva, quando il neonato viene sostenuto, in posizione verticale, sotto le ascelle).
I neonati possiedono anche abilità percettive (ad esempio, seguire oggetti in movimento) e motorie iniziali (ad esempio, tenere il mento sollevato, usare le mani per colpire oggetti e così via). Le abilità motorie, in verità, sono, nel neonato, meno sviluppate di quelle percettive.
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